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Nel mondo delle ombre

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Quando si parla dei modi di vivere del passato, è tendenza comune e naturale esaltarne solo gli aspetti positivi e sottacerne, magari, quelli negativi. A parte la considerazione che non è mai tutto bene o tutto male ciò che è stato, così come non è mai tutto bene, né tutto male ciò che è venuto dopo, il più delle volte è solo il modo di vivere che cambia e, con esso, cambiano i modi di concepire la vita e le abitudini che la caratterizzano.
I luoghi, gli usi e le consuetudini che scompaiono e quelli che li sostituiscono altro non sono che il fatale avvicendamento determinato dal mutare delle condizioni di base, della sensibilità collettiva e della necessita sociale.
Ed è inutile e sterile rimpiangere troppo la scomparsa di questi luoghi, usi e costumi, se sono cambiate le esigenze di fondo che li avevano creati e che successivamente ne hanno decretato la fatale eclissi. E' l’eterno gioco della vita, a volte banale, a volte crudele, però mai gratuito, né eludibile.
Le antiche osterie praticamente non ci sono più ed è legittimo e comprensibile rimpiangerle, considerato che esse costituivano un elemento autentico e vitale nella vita sociale e culturale di paese o, nelle citta, di quei rioni popolari, in cui esse avevano una loro clientela fissa e affezionata.
Tuttavia non sarà inutile fare un cenno anche ad altri aspetti complementari che ne hanno decretato la fine, rimpianta da molti, anche se non da tutti, e che comunque è giusto richiamare alla memoria, spesso distratta e superficialmente buonista quando considera le cose che non ci sono più. Oggi, se si vuol trovare una vera osteria, bisogna andare nei paesini di montagna o in qualche frazione sperduta in mezzo alla campagna, entrambi luoghi dove l’orologio sociale è rimasto alquanto indietro, pur se gli avventori non ci vanno più, come un tempo, a piedi all’osteria, ma col motorino o con l’utilitaria.
Osteria, ritrovo arcaico d’un mondo arcaico insieme al quale nasce, declina e va scomparendo. E nelle ultime superstiti solo di rado capita di trovare, come in passato, qualche esemplare di quella fauna umana di qualità che nelle osterie dei borghi più evoluti dava vitalità e stile al locale ed ai suoi frequentatori.
L’antico smalto delle storiche osterie frequentate da tutti i ceti, anche da persone qualificate: professionisti, artisti, industriali, abili artigiani, gente vivace e spiritosa, è andato ormai irrimediabilmente perduto e le poche rimaste hanno smarrito l’anima di ciò che furono.
A Pordenone, fino alla metà del ‘900, c’erano parecchie osterie, ma tre di esse, in particolare, costituivano degli autentici punti di riferimento, sia dal punto di vista gastronomico che relazionale.
La più celebre delle tre, l’Osteria dalla Catina, situata nella piazzetta Cavour, vero cuore della città, era il luogo d’incontro privilegiato di industriali, notabili, commercianti, e vantava addirittura una citazione lusinghiera nel romanzo "Addio alle Armi" di Ernest Hemingway, di passaggio per Pordenone dopo la rotta di Caporetto.
C’era poi l’Osteria "al Gallo", tuttora attiva come ristorante, dietro il Municipio, nella zona dell’antico porto sul Noncello, storicamente frequentata da mercanti e barcaioli.
Infine, l’Osteria al Sole, in largo S. Giovanni Bosco, ad un passo da Corso Garibaldi, era un locale di tono un po’ più modesto, tuttavia assai frequentato, soprattutto dalle classi popolari.
Oltre a queste, che erano le più celebri ed emblematiche, moltissime altre costellavano tutto il territorio urbano, la vasta periferia e l’hinterland.
Per il vero, anche nelle nostre città incontriamo, ogni tanto, qualche locale che sfoggia un’insegna di osteria, ma della vecchia osteria non ha né la frequentazione né la funzione. Si tratta, il più delle volte, di ristoranti con arredo ostentatamente rustico che si autodefiniscono "osteria", o, in modo assai più raffinato "hostaria”, per puro snobismo, ma che, di regola, sono dei veri e propri ristoranti che praticano gli stessi prezzi dei ristoranti consueti, e che, per il vero, dedicano di solito una maggiore attenzione - introducendoli nei loro menù - ai piatti della tradizione.
L’osteria classica era un luogo che si frequentava, di regola, prima del pranzo, per prendere l’aperitivo, vale a dire l’ombretta, magari con qualche stuzzichino per rompere il digiuno o stimolare l’appetito.
Potevano essere delle uova lessate tagliate a metà e condite con olio, sale e pepe; fettine di pane con salumi affettati; c’era il piattino con dello sgombro, acciughe o tonno; un altro con del formaggio e le ciotoline di funghetti sottolio, di cipolline e di sottaceti vari.
Dopo il pranzo e prima di tornare al lavoro, c’era la puntatina all’osteria per il cicchetto di grappa per digerire e, la sera, prima di rientrare a casa per la cena, c’era la sosta un po’ più lunga per 
l'immancabile partitella a carte: briscola, tressette, scopone.
Ma il trionfo dell’osteria era la sera dopo cena per l'incontro più lungo, quello che spesso tirava fino a mezzanotte e oltre. Era l’occasione per i tornei di carte, con i tavoli da quattro giocatori, due coppie contrapposte, fisse, oppure formate tirando a sorte gli abbinamenti, e con l’arbitro, il cosiddetto "sior", che teneva la tabella dei punti e che, ad ogni nuova partita, ordinava una consumazione che andava sul conto della coppia perdente.
Le osterie erano anche il luogo d’incontri occasionali o di appuntamenti d’affari; c’erano i mediatori di foraggi o di bestiame, qualche piccolo artigiano in cerca di un piccolo lavoro da fare, l’affarista che teneva le orecchie ben aperte per captare in anteprima le opportunità più interessanti.
Gran parte delle osterie avevano anche servizio di cucina e solevano offrire il cosiddetto "piatto del giorno", il preferito perché più fresco di preparazione: spezzatino, pasta e fagioli col cotechino, 
gnocchi, baccalà, trippe, tutti piatti semplici ma di cottura lunga e paziente sui quali si è costruita la fama di tante osterie.
Gli avventori ai quali erano riservate queste prelibatezze erano i forestieri di passaggio, ma anche i frequentatori abituali del locale ai quali l’ostessa ricordava quale specialità stesse cucinando ed il cui 
aroma allettante giungeva, subdolo e intrigante, dalla cucina.
In qualche occasione speciale i signori uomini chiamavano anche le mogli ed i figli a partecipare di questa goduria che era apprezzata dai ragazzi per la bontà della cucina e dalle loro mamme perché, 
una volta tanto, potevano avere una porzione abbondante di una pietanza che altri avevano preparato anche per loro.
Era questa una delle poche eccezioni in cui la moglie ed i figli erano ammessi al mondo dei grandi, quello riservato ai capifamiglia, a quelli che erano gli arbitri della vita sociale e familiare.
Per il capofamiglia si trattava quasi di un piccolo tributo che doveva pagare, di quando in quando, per essere legittimato ad assentarsi dalla famiglia che rimaneva pur sempre per lui un pensiero 
preminente, al pari del lavoro con cui assicurava il mantenimento all’intera famiglia.
Tuttavia, sia il lavoro che la famiglia possono essere fonti di serenità come di preoccupazioni: in particolare la famiglia è sempre piena di problemi: le scarpe per i figli, i soldi per la spesa che non bastano mai, la moglie spesso immusonita perché si sente trascurata o perché non ha un vestito decente da mettersi.
Così l'uomo, gravato dalle preoccupazioni è fatalmente indotto a trovare rifugio in un luogo che lo distragga dai suoi assilli. Forse proprio da questo bisogno di rassicurazione si è sviluppata l’abitudine a frequentare l'osteria dove il capofamiglia può trovare il conforto tacito di amici che si trovano nella sua stessa situazione, con gli stessi problemi e alla ricerca delle medesime consolazioni esistenziali.
In tal modo, l’osteria diventava, in aggiunta al lavoro e alla famiglia, il terzo polo d’attrazione sociale, in cui si sviluppava un rapporto tra amici, coetanei e non, di sesso maschile e dove le donne erano 
ammesse solo di rado.
L’osteria era il luogo del non lavoro e della non famiglia, era un luogo alternativo e sostitutivo, assolutamente non aggiuntivo. La socialità dell’osteria, tanto decantata, giustamente per certi versi, non appena la sua frequentazione è esagerata, diviene socializzazione sottratta alla famiglia: alla moglie, lasciata sola alle cure di casa, sola con i suoi problemi spesso più grandi della somma con cui deve far quadrare il bilancio; con il pensiero dei figli che spesso non è in grado di seguire adeguatamente negli studi.
E' sottrazione ai figli del ruolo guida del padre cui nessuna madre può sopperire e che lascerà fatalmente un segno negativo nella formazione dei ragazzi e degli adolescenti.
L'osteria era il riposo del guerriero, stanco per il lavoro e pieno di problemi, era l’altrove, il luogo dove il buon vino e il buon cibo portavano un po’ d’allegria e aiutavano a rimuovere i pensieri grami.
Giudicare i costumi del passato secondo i criteri etici di oggi sarebbe ingiusto e soprattutto inutile. 
Potremmo criticare a non finire il maschilismo esasperato, come pure il perbenismo di facciata e l’etica austera di stampo umbertino che ancora connotava il dominio incontrastato del "pater familias" fino alla vigilia della seconda guerra mondiale.
Avremmo tutti gli elementi per farlo, ma non ci compete di giudicare il passato con i criteri di oggi, così come non ci sogneremmo di condannare i nostri posteri ad un’etica comportamentale da noi 
preconfezionata per loro. Tuttavia, riteniamo non prive di fondamento le osservazioni che abbiamo mosso al mondo scomparso delle osterie, ricordando solo che non fu tutto oro quello che oggi sembra rilucesse e che invece mostrava qualche ombra... e non solo di vino.