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Ostaria della Rosa

OSTARIA DELLA ROSA ne’ Pignattari – Buone Polpette

DISPONIBILE ANCHE LA "VIDEO NOVELLA" :

La nebbia si muove lenta spostata dai lievi refoli di vento che scivolano tra le impalcature della Cattedrale di San Petronio che ingombrano via dei Pignattari ove mi trovo.
In ottobre, qui, la nebbia è particolarmente fitta e son più di tre ore che s’è fatto buio.
In via ne’ Pignattari vi son solo due lampade fioche accanto all’ingresso dell’Ostaria.
L’insegna di metallo dondola appena appesa a due corte catene ed emette un lieve cigolio che la penombra e le volute di nebbia rendono vagamente minaccioso.
La rosa dal lungo gambo ha dei bei colori vividi che hanno un barbaglio prima che una delle lampade ad olio si spegna affondandola in una penombra più corposa.
Un lungo brivido mi trafigge la schiena ed alcune gocce di sudore mi solcano le guance. Tra queste ombre ed il pigro sgocciolar d’umidità v’è un sicario che è uscito, come me, dall’Ostaria La Rosa ed intende di far il mestier suo a mio danno.
Ho un tamburo che mi batte in petto e un sibilo che mi risuona nelle orecchie: io, Cristoforo Zefirano, son tutto men che un Cuor di Leone. Non per nulla lavoro come uom d’ingegno per il Giovanni II di Bentivoglio essendo ad un tempo: Ingegner, Cuoco e Giullare .
Avrei sommamente fatto meglio, uscendo dal mio laboratorio, a raggiunger casa, ma non avendo nemmen pranzato la pancia mi rumoreggiava forte.
E fu così che decisi di rifugiarmi nella Ostaria della Rosa, rinomata per le buone polpette e per il buon vino che l’Oste Ugo versa, con poca parsimonia, nei boccali di Faenza.
Non sapevo certo che la Monna dalla Lunga Falce mi stesse ivi attendendo.
Siccome son conosciuto la fantesca mi fece accomodare al tavolo, non lontano dal camino, e mi servì numerose polpette di pernice in crosta di parmigiano fuso con spinaci al burro e, come contorno, un piatto di riso bollito con asparagi di monte sott’olio.
V’erano quattordici avventori e l’atmosfera mi parve, me stolto, cordiale.
Dividevo il tavolo con un pretenzioso nobile di campagna con un cappello a fungo di velluto blu a fregi in oro ed una vistosa cicatrice violacea sulla guancia destra. Costui s’era tirato la piacente moglie dell’Oste sulle ginocchia e le decantava, con voce impastata, le sue ricchezze. Intanto frugava sotto le vesti della donna che, a tratti, fingeva di resistergli…. Al tavolo v’erano altri quattro clienti, che, avendo già finito di mangiare, giocavano, con i dadi, a zara. Che è noto che l’Oste paghi al Comune il dazio per la Baratteria di gioco.
Poco lontano parlavano e giocavano di carte altri nove avventori. Ne scaturiva un brusio
allegro che copriva ogni parola come fosse il rotolar delle onde sulla spiaggia sassosa.
E mentre sorseggiavo un boccale di vino liquoroso Messer Belzebù mi petò accanto ed un sussurro s’infilò in quel brusio ed io ben l’udii..
< Ed io vi pago un’ingente ricompensa per consegnare il ‘basilisco’ a Forlì! – sibilò uno
dei quattro forestieri che calzava una cuffia nera mostrando la pelle del viso lustra e scintillante alla luce della candele.
Lo guardai e questo movimento attirò l’attenzione dell’uomo grosso come un armadio che gli sedeva accanto: una benda su un occhio e l’espressione truce!
L’orbo emise un brontolio che gelò i suoi compari. Scambiò uno sguardo con il tipo dalla pelle lucida ed io vidi ‘firmare’ una condanna capitale: la mia!
L’uomo sfortunato nel momento e nel luogo sbagliato, che capita spesso che qualcuno s’abbuschi un colpo di pugnale per motivi sconosciuti ai più!
Non potei rimanere fermo che un battito di ciglia, mi alzai, allungai alcune monete in rame all’ostessa e m’apprestai a fuggire. Anche sapendo che fosse inutile!
Il nobile campagnolo equivocò sul gesto mio, tanto che m’afferrò fulmineo per un braccio:
< V’intromettete tra me e questa donna? – e con uno strattone mi proiettò verso la porta infilandosi tra me e il sicario che fulmineamente s’era mosso. Spingendomi fuori mi sibilò all’orecchio: - Tra impalcature, Cristoforo! - e sacramentando sbatté la porta dell’Ostaria dietro di me. Inciampai e mi ritrovai, ove sono ancora, tra le impalcature.
Il sicario mi cerca nella penombra come dimostra il lieve rumore di tegole smosse ed una sommessa imprecazione. Egli sente che io, sua preda inerme, sia inchiodato al suolo, incapace di allontanarmi e la penombra non mi sarà più amica a lungo!
Un rivolo di sudore mi corre per la schiena. Poi un lampo mi blocca il respiro: come fa il nobile campagnolo a conoscer il mio nome?
Il pesante capello gli arriva fin sugli occhi e la larga cicatrice violacea sulla guancia…
M’è del tutto sconosciuto.
La seconda lampada dell’Ostaria ha un guizzo, si spegne e cala il nero più buio.
Mi chiedo quanti battiti di cuore mi concederà messer Belzebù prima che la lama mi trapassi, che sento il respiro del sicario che m’incombe addosso con la daga sguainata.
M’han detto che in tal frangenti si veda una forte luce bianca che abbia a ferir gli occhi per l’ultima volta. E la luce giunge!
L’imprecazione è scandita, minacciosa ed un attimo dopo il mondo pesante, fetido e nero mi frana addosso.

Racconto ideato e scritto da GiamPiero Brenci
Ulteriori info sul sito www.basiliscohistory.it