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Tornei di carte

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Il destino mescola le carte e noi giochiamo (A. Shopenhauer)

Fino a non molti anni fa il gioco delle carte nelle osterie del Veneto era un modo di passare il tempo e di socializzare tra avventori e amanti dei cicchetti. L'oste, chiesta l'apposita licenza per il gioco, metteva a disposizione il classico mazzo di Trevigiane e un tavolo, talvolta collocato in una saletta apposita dove facevano bella mostra vari trofei, le foto di gruppo di qualche associazione benefica, quelle degli avventori, le coppe vinte nei tornei delle osterie e altre mirabilia del luogo.

Nelle serate d'inverno, dopo l'orario canonico della normale fruizione, capitava, una volta entrati nel locale di imbattersi in qualche torneo in corso. I partecipanti mettevano una quota d'iscrizione che sarebbe servita a regalare al vincitore una targa o una coppa con relativa didascalia che avrebbe sancito il suo ingresso nella storia dell'osteria.

Tra un bicchiere e l'altro e una qualche parola pesante in dialetto stretto, prendeva vita la gara tra gli amici più stretti e dediti al consumo dei cicchetti sempre in bella vista sul bancone, gara con tanto di pubblico pronto a commentare le mosse ardite, ma anche quelle incaute dei giocatori tutti riuniti attorno al tavolo di legno grezzo o della più infame formica stile anni '60.

Tra i giochi più diffusi ricordiamo: lo Scopone scientifico (quello in cui l'asso prende solo un altro asso), la Briscola, il Tre sette e naturalmente il Madrasso (una sorta di commistione tra questi ultimi due).

Oggi molti locali non richiedono più la licenza per il mazzo di carte. La tecnologia, sempre più invasiva ha fatto il suo nefasto ingresso anche nei bar, dove sfavillano i pixel amalianti di qualche video gioco o della ipnotica video roulette ruba soldi.

Peccato, quei tornei spesso rimangono uno dei pochi ricordi, assieme ai racconti di qualche anzianotto di quelle stupende serate condite dalla bestemmia e dalle polpette.